Pietro Aldrovandi sconfigge i turchi
Pietro Aldrovandi sconfigge i turchi
Genera il pdfNotizie storico artistiche
Datazione
Tecnica e supporto
Gesso rosso acquerellato, filigrana
Misure foglio (in mm)
290x442
Notizie storico critiche
Nato a Bologna nel 1692, Vittorio Maria Bigari si afferma nel corso del XVIII secolo come uno dei principali protagonisti della decorazione di gusto rococò bolognese.
Precocemente indirizzato all’arte dal padre Giacomo, passa poi nella bottega di uno stuccatore attivo in casa Alamandini, dove ha modo di vedere ed esercitarsi sulle tele di Marc’Antonio Chiarini (Bologna 1652-1730). Viene mandato a far pratica da Carlo Antonio Buffagnotti (Bologna 1660 – notizie fino al 1715), pittore di scenografie
teatrali, presso il quale rivela ben presto innate doti di pittore di figura. Agli inizi del terzo decennio del ‘700 risalgono le sue prime commissioni: nel 1720 realizza la decorazione del coro della chiesa di San
Nicolò di Carpi, oggi perduta, e nel 1722 è a Rimini dove affresca il soffitto del coro della chiesa di Sant’Agostino. Nello stesso anno il giovane viene chiamato ad affiancare il quadraturista Stefano Orlandi (Bologna
1681-1760) nella realizzazione del Mercurio che guida Astrea, affrescato nella volta dello scalone di Palazzo Aldrovandi di via Galliera a Bologna. La ristrutturazione del palazzo, voluta dal cardinale Pompeo,
desideroso di emulare nella propria residenza i fastosi palazzi nobiliari europei conosciuti durante l’attività di diplomatico (Montefusco Bignozzi 1985, pp. 163-167), è realizzata dall’architetto Francesco Maria
Angelini (Bologna 1680-1731) cui succede Alfonso Torreggiani (Budrio 1682 – Bologna
1764). L’ambizioso progetto di decorazione pittorica indicato dallo stesso cardinale Pompeo Aldrovandi a un anonimo estensore che Montefusco Bignozzi propone di identificare con Giampietro Zanotti, e rinvenuto tra i documenti della famiglia Aldrovandi presso l’Archivio di Stato di Bologna (Montefusco Bignozzi 1985, pp. 160-180; Casali Pedrielli 1991, pp. 110-116), è interamente eseguito da Bigari e Orlandi a partire dal 1722 fino al 1755. Il successo dell’impresa decorativa, che costituisce uno degli esiti più significativi della
decorazione del Settecento, non solo emiliana, è tale da indurre il conte Vincenzo Ferdinando Ranuzzi Cospi a commissionare alla coppia di artisti la decorazione della volta della galleria del proprio palazzo, oggi
sede della Corte d’Appello di Bologna. Seguendo le indicazioni iconografiche del poeta
arcade Pier Jacopo Martello, Bigari, tra il 1724 e il 1725, vi rappresenta le Allegorie dei Bagni della Porretta, feudo dei conti Ranuzzi dal 1428, con un gusto squisitamente rococò memore della grande decorazione di
Crespi in Palazzo Pepoli Campogrande, oltre che delle dolcezze di Gian Gioseffo Dal
Sole e del Cignani. La fama di Bigari ha oramai travalicato i confini cittadini, viene
così chiamato a Faenza dove esegue tre grandi sale e la galleria di Palazzo Manfredi
(oggi Palazzo Comunale), e nel 1731 si reca a Milano, sempre in compagnia del fedele
Orlandi, per decorare alcune sale di Palazzo Archinti. Il soggiorno milanese risulta
essenziale per l’incontro con Giambattista Tiepolo, attivo nello stesso palazzo. Attorno
al 1735 esegue, sempre in compagnia di Orlandi, la decorazione di alcune sale di
Palazzo Pellegrini a Verona. Dalla fine del 1738 all’agosto 1740 è poi a Torino, dove
affresca alcune sale del Palazzo Reale di cui oggi rimangono i peducci del soffitto della
sala del Caffè. Tra i fogli appartenenti al consistente corpus grafico di Bigari giunto sino a noi, quello
recentemente entrato a far parte delle Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione
Cassa di Risparmio in Bologna è uno studio preparatorio per il terzo episodio celebrativo
degli Eventi illustri degli Aldrovandi, affrescati tra il 1744 e il 1748 entro i sei medaglioni in cui era stata divisa la volta della grande galleria di Palazzo Aldrovandi, al centro della quale domina l’Aurora. La
decorazione della grande galleria viene terminata tra il 1748 e il 1751 con grandi figurazioni
allegoriche delle Virtù poste sotto il cornicione della volta. Il disegno raffigura Pietro Aldrovandi che
sconfigge i turchi, un episodio risalente al 1658 quando l’esercito della Repubblica di Venezia, guidato da Pietro Aldrovandi, fermò la flotta turca guidata dall’ammiraglio Bassà Cusseim sull’isola di Tine, importante
base militare della Repubblica Veneta nelle Cicladi (Battaglini 1701-1711, III, 1709,
p. 188). La composizione, caratterizzata dal ductus vivace e franco che contraddistingue la felice vena decorativa di Bigari, è realizzata a matita rossa e acquerellature, e presenta delicate linee di contorno rialzate
con la punta del pennello. Il foglio in esame costituisce un primo pensiero compositivo
dell’affresco di Palazzo Aldrovandi, mentre si conosce un altro disegno, probabilmente
successivo al nostro (Casali Pedrielli 1991, pp. 158-159, fig. 60), le cui varianti rispetto
alla versione finale inducono a ipotizzare l’esistenza di un’ulteriore elaborazione grafica ora ignota. È d’altra parte attestata l’abitudine di Bigari a ripetere più volte,con minime varianti e tecniche diverse, soluzioni
compositive ispirate a un medesimo soggetto. La tecnica disegnativa estremamente pittorica
rinvia alla tradizione neoveneta introdotta a Bologna da Pasinelli e Burrini, ma anche da artisti veneti presenti in città come Sebastiano Ricci, attivo nell’oratorio dei Fiorentini in corte Galluzzi (1685); componente ravvivata in Bigari in seguito ai soggiorni milanese e veronese e al contatto diretto con Tiepolo, al cui vivace segno grafico e caldo cromatismo rimanda il nostro foglio. La varietà delle posizioni dei soldati armati, il furore dello scontro e
il neo-manierismo delle figure, richiamano inoltre gli illustri modelli di battaglie dipinte da Tintoretto, Jacopo Palma il Giovane e Antonio Vassilacchi detto Aliense nei grandi teleri del Palazzo Ducale a Venezia, che
certamente Bigari ebbe modo di ammirare nelle trasferte venete. A queste componenti si aggiungono una grazia e una flessuosità del segno ritmato, tutte di maniera, derivate all’artista dai lunghi studi condotti sulla tradizione
decorativa emiliana, in particolare del Parmigianino.
Benedetta Basevi
Precocemente indirizzato all’arte dal padre Giacomo, passa poi nella bottega di uno stuccatore attivo in casa Alamandini, dove ha modo di vedere ed esercitarsi sulle tele di Marc’Antonio Chiarini (Bologna 1652-1730). Viene mandato a far pratica da Carlo Antonio Buffagnotti (Bologna 1660 – notizie fino al 1715), pittore di scenografie
teatrali, presso il quale rivela ben presto innate doti di pittore di figura. Agli inizi del terzo decennio del ‘700 risalgono le sue prime commissioni: nel 1720 realizza la decorazione del coro della chiesa di San
Nicolò di Carpi, oggi perduta, e nel 1722 è a Rimini dove affresca il soffitto del coro della chiesa di Sant’Agostino. Nello stesso anno il giovane viene chiamato ad affiancare il quadraturista Stefano Orlandi (Bologna
1681-1760) nella realizzazione del Mercurio che guida Astrea, affrescato nella volta dello scalone di Palazzo Aldrovandi di via Galliera a Bologna. La ristrutturazione del palazzo, voluta dal cardinale Pompeo,
desideroso di emulare nella propria residenza i fastosi palazzi nobiliari europei conosciuti durante l’attività di diplomatico (Montefusco Bignozzi 1985, pp. 163-167), è realizzata dall’architetto Francesco Maria
Angelini (Bologna 1680-1731) cui succede Alfonso Torreggiani (Budrio 1682 – Bologna
1764). L’ambizioso progetto di decorazione pittorica indicato dallo stesso cardinale Pompeo Aldrovandi a un anonimo estensore che Montefusco Bignozzi propone di identificare con Giampietro Zanotti, e rinvenuto tra i documenti della famiglia Aldrovandi presso l’Archivio di Stato di Bologna (Montefusco Bignozzi 1985, pp. 160-180; Casali Pedrielli 1991, pp. 110-116), è interamente eseguito da Bigari e Orlandi a partire dal 1722 fino al 1755. Il successo dell’impresa decorativa, che costituisce uno degli esiti più significativi della
decorazione del Settecento, non solo emiliana, è tale da indurre il conte Vincenzo Ferdinando Ranuzzi Cospi a commissionare alla coppia di artisti la decorazione della volta della galleria del proprio palazzo, oggi
sede della Corte d’Appello di Bologna. Seguendo le indicazioni iconografiche del poeta
arcade Pier Jacopo Martello, Bigari, tra il 1724 e il 1725, vi rappresenta le Allegorie dei Bagni della Porretta, feudo dei conti Ranuzzi dal 1428, con un gusto squisitamente rococò memore della grande decorazione di
Crespi in Palazzo Pepoli Campogrande, oltre che delle dolcezze di Gian Gioseffo Dal
Sole e del Cignani. La fama di Bigari ha oramai travalicato i confini cittadini, viene
così chiamato a Faenza dove esegue tre grandi sale e la galleria di Palazzo Manfredi
(oggi Palazzo Comunale), e nel 1731 si reca a Milano, sempre in compagnia del fedele
Orlandi, per decorare alcune sale di Palazzo Archinti. Il soggiorno milanese risulta
essenziale per l’incontro con Giambattista Tiepolo, attivo nello stesso palazzo. Attorno
al 1735 esegue, sempre in compagnia di Orlandi, la decorazione di alcune sale di
Palazzo Pellegrini a Verona. Dalla fine del 1738 all’agosto 1740 è poi a Torino, dove
affresca alcune sale del Palazzo Reale di cui oggi rimangono i peducci del soffitto della
sala del Caffè. Tra i fogli appartenenti al consistente corpus grafico di Bigari giunto sino a noi, quello
recentemente entrato a far parte delle Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione
Cassa di Risparmio in Bologna è uno studio preparatorio per il terzo episodio celebrativo
degli Eventi illustri degli Aldrovandi, affrescati tra il 1744 e il 1748 entro i sei medaglioni in cui era stata divisa la volta della grande galleria di Palazzo Aldrovandi, al centro della quale domina l’Aurora. La
decorazione della grande galleria viene terminata tra il 1748 e il 1751 con grandi figurazioni
allegoriche delle Virtù poste sotto il cornicione della volta. Il disegno raffigura Pietro Aldrovandi che
sconfigge i turchi, un episodio risalente al 1658 quando l’esercito della Repubblica di Venezia, guidato da Pietro Aldrovandi, fermò la flotta turca guidata dall’ammiraglio Bassà Cusseim sull’isola di Tine, importante
base militare della Repubblica Veneta nelle Cicladi (Battaglini 1701-1711, III, 1709,
p. 188). La composizione, caratterizzata dal ductus vivace e franco che contraddistingue la felice vena decorativa di Bigari, è realizzata a matita rossa e acquerellature, e presenta delicate linee di contorno rialzate
con la punta del pennello. Il foglio in esame costituisce un primo pensiero compositivo
dell’affresco di Palazzo Aldrovandi, mentre si conosce un altro disegno, probabilmente
successivo al nostro (Casali Pedrielli 1991, pp. 158-159, fig. 60), le cui varianti rispetto
alla versione finale inducono a ipotizzare l’esistenza di un’ulteriore elaborazione grafica ora ignota. È d’altra parte attestata l’abitudine di Bigari a ripetere più volte,con minime varianti e tecniche diverse, soluzioni
compositive ispirate a un medesimo soggetto. La tecnica disegnativa estremamente pittorica
rinvia alla tradizione neoveneta introdotta a Bologna da Pasinelli e Burrini, ma anche da artisti veneti presenti in città come Sebastiano Ricci, attivo nell’oratorio dei Fiorentini in corte Galluzzi (1685); componente ravvivata in Bigari in seguito ai soggiorni milanese e veronese e al contatto diretto con Tiepolo, al cui vivace segno grafico e caldo cromatismo rimanda il nostro foglio. La varietà delle posizioni dei soldati armati, il furore dello scontro e
il neo-manierismo delle figure, richiamano inoltre gli illustri modelli di battaglie dipinte da Tintoretto, Jacopo Palma il Giovane e Antonio Vassilacchi detto Aliense nei grandi teleri del Palazzo Ducale a Venezia, che
certamente Bigari ebbe modo di ammirare nelle trasferte venete. A queste componenti si aggiungono una grazia e una flessuosità del segno ritmato, tutte di maniera, derivate all’artista dai lunghi studi condotti sulla tradizione
decorativa emiliana, in particolare del Parmigianino.
Benedetta Basevi
Soggetto o iconografia
Scena di battaglia
Bibliografia
B. Basevi in Antico e Moderno, Bologna 2014, pp. 120-121,
Mostre
Antico e Moderno (Bologna, 2014)
Note
In cornice
ultima verifica aprile 2016
ultima verifica aprile 2016